Credo che il no di Monti alle Olimpiadi di Roma non vada analizzato alla leggera. Monti, a capo di un governo tecnico che tra un anno non ci sarà più, non poteva, anche avesse voluto, dire sì alle Olimpiadi. Non poteva farlo perché avrebbe introdotto una variabile di spesa talmente ampia da rischiare di vanificare lo sforzo del suo governo. Il rischio era di lasciare una bomba ad orologeria.
Solo in un caso Monti avrebbe teoricamente potuto dire di sì: nel caso di un’assunzione di responsabilità forte da parte dei principali partiti. Insomma Bersani, Alfano e Casini. La politica nazionale si prendeva l’impegno con Monti, ma prima ancora con il paese di non fare schifezze come per Italia ’90, per i mondiali di nuoto di Roma e, come temono in molto, per l’expo di Milano 2015.

Il problema è però che Monti e gli stessi Bersani, Alfano e Casini si rendono perfettamente conto che il rischio è di non essere credibili, di non venire presi sul serio. Cosa accadrebbe se i tre facessero giuringiuretto e Monti li bocciasse? I dati dei sondaggi ci parlano di un paese che ha paura del futuro e non si fida della propria dirigenza politica perché li considera degli Schettino qualsiasi.

A questo punto la domanda non è più su Alemanno, su Roma o sulle Olimpiadi, ma è come recuperare un minimo di credibilità per chi deve mettere le basi per il nostro futuro. Ad oggi il no di Monti è l’ennesima pietra che mettiamo sopra al sistema politico attuale.

Fa quasi paura scriverlo, ma destra e sinistra italiane non sono capaci di garantirci un futuro.

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One Response to Il no alle Olimpiadi ci interroga sul nostro futuro

  1. Mi segnalano che nell’ultima frase avrei omesso il Centro. Da Hegel a Bobbio esistono sono destra e sinistra e quando si parla di centro, o più propriamente di Terzo Polo, si sta parlando o di destra moderata o di sinistra moderata.

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Stefano Minguzzi

Nato a Blackpool, vive a Roma, è responsabile web per Roma mobilità. Scrive per riviste e cura un blog su sostenibilità, media e politica.